Vu cumprà: un bel sogno contro una triste realtà

di Angelo Persichilli – (Corriere del Molise, 7 febbraio 1992)

Sono per istinto un pacifico, chiedo scusa se sbaglio, perdono se le scuse sono sincere. Cerco d’evitare il confronto e, se impossibile, di mantenerlo sul piano dialettico. Odio nessuno, ovvero…quasi nessuno.

Anzi, a dir la verità odio tre cose: i razzisti, i razzisti, i razzisti.

Essendo però, come detto, un pacifico, evito di parlare di (e con) questi individui. Un dibattito darebbe loro dignità sociale che non meritano.

Ma chi è il razzista?

Bisogna distinguere tra ignoranza e razzismo. Un individuo rimasto sempre nello stesso paesino, stessi amici, ambiente, abitudini, e che di colpo si trova in mezzo a elementi a lui estranei, reagisce. Il mondo cambia in fretta e coloro che non si adeguano fanno la fine di Rip Van Winkle di Washington Irving, padre della letteratura americana. Rip si allontanò per una passeggiata nel bosco e, quando tornò, trovo’ il villaggio avanti di 20 anni. Col mondo che si muove in fretta oggi siamo tutti un po’ come Rip.

Chi non si adegua ha due alternative: emarginarsi o respingere il nuovo. Chi si emargina diventa lo scemo del villaggio, chi resiste sparla dei marocchini.

Questo però non è razzismo, è ignoranza.

Ed alla paura si aggiunge l’elemento economico: non c’è lavoro per noi, come possiamo dare lavoro a loro?

Prima di parlare della fatuità di tali paure, vorrei fare un’osservazione: tali spostamenti di massa sono inevitabili!

Prima l’etiope moriva di fame in silenzio perché’ credeva che tutti morissero di fame.

Adesso, con l’avanzare della tecnologia, l’etiope sa che nel mondo c’è chi non solo non muore di fame, ma butta via tanto pane che, da solo, potrebbe salvare milioni di bambini. Qualcuno disse “datemi il superfluo e sfamerò il mondo”. A tale principio si richiama anche la dottrina cattolica. Ricorda Spadolini nel suo `Papato Socialista’ che “la dottrina economica presupposta dal cristianesimo è quella della privazione: rinunciare al superfluo.”

Non possiamo più dire: sono italiano e in Italia, casa mia, posso fare ciò che voglio, anche buttare via cibo.

Le rivoluzioni distruggono i governi non quando c’e’ poco, ma quando il poco e’ ripartito male. La tecnologia ha livellato la domanda, i politici devono livellare l’offerta. Prima a livello nazionale, ora internazionale.

L’impero sovietico non e’ stato distrutto da Reagan, ma dalla televisione. I sovietici credevano di avere tutto ma poi hanno scoperto i jeans, la Coca Cola, i MacDonalds e la libertà.

Ed hanno cominciato la rivoluzione.

Gorbaciov, nel suo libro “Perestroika”, ha scritto: “I nostri satelliti sono in grado di raggiungere la cometa di Halley…ma i nostri elettrodomestici sono di qualità scadente.”

La gente viaggia, le idee volano, i desideri crescono, le differenze si attenuano, i confini culturali si confondono, quelli nazionali spariscono: è il villaggio globale. I tempi in cui a Ielsi si consideravano allogeni quelli di Gildone verranno ricordati il prossimo 12 ottobre, nelle celebrazioni colombiane.

Capire comunque la resistenza all’immigrato, non significa giustificarla. La xenofobia e’ retrograda e, in Italia, incoerente. L’Italia è tra le nazioni che più di tutte ha tratto beneficio dal fenomeno migratorio. Sono pochi gli italiani in Italia che non hanno un parente all’estero.

E tale resistenza è tanto più assurda se si pensa che e’ storicamente provato che l’emigrato lavora piu’ degli altri e si adatta a fare lavori che l’indigeno rifiuta.

Gia’, dimenticavo la delinquenza.

Ma voi credete veramente che in Italia la delinquenza è “made in Marocco”? Allora mafia, camorra e ‘ndrangheta devono essere organizzazioni di beneficenza guidate da Madre Teresa di Calcutta.

Quell’individuo un po’ più scuro di noi che vediamo per strada offrendoci orologi a buon mercato, non e’ carne da macello scappata dal mattatoio comunale che prima o poi qualcuno porterà via. È un essere umano che porta dentro tanta tristezza per avere lasciato i suoi cari nei bordelli di Casablanca ed il suo dio nella città santa di Fez. Con i suoi occhi, resi più bianchi dalla sua pelle più scura, vede gli sprechi del consumismo e pensa ai suoi bambini che muoiono di fame a Marrakesh. È maltrattato, ma risponde con un sorriso innaturale alle offese del Bwana bianco. No, non e’ ipocrita o ebete, ha un’aspirazione che noi abbiamo in modo dispregiativo racchiuso in una frase: “Vu cumpra’?”

In quella frase pronunciata con italiano stentato c’è un programma, una speranza. Vende un orologio innocuamente falso come falso è il prezzo che gli viene offerto. Ma col baratto falso finanzia un sogno vero. Un sogno nascosto dietro ad un sorriso forzato, quattro cernecchi sbiaditi dal sole del Sahara e due occhi bianchi puntati verso il sud. Un sogno che, per ora, e’ relegato nelle poche ore di sonno in una catapecchia in affitto a Toro o Castellino; una catapecchia che non è migliore delle quattro mura lasciate nella Casba di Marrakesh. Non è molto, ma è necessaria per aiutarlo a proteggere un sogno non impossibile che lo aiuta a superare una realtà di merda.

Angelo Persichilli

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s