NORTH KOREA, 60 YEARS OF DIPLOMATIC FAILURE

(Segue la versione italiana)

By ANGELO PERSICHILLI

The Hill Times – April 24, 2017

—Now that Donald Trump has (probably) sent the U.S. fleet towards North Korea, “pacifists” and some academics are up in arms against the “warmongering” American president.

One recent headline in The Globe and Mail said, “Only diplomacy can cool the Korean peninsula.” Agreed, but someone must explain why diplomacy did nothing in the Korean Peninsula for the past 60 years.

Here it is how it works.

When we have a problem, we do nothing about it until someone puts a solution on the table, and the debate moves from the problem to the proposed solution.

Remember terrorism? Of course we do because the problem is still here. The debate was between the do-nothing approach of Barak Obama or the do-something approach of Trump. Now Obama is out, terrorism is still here, but the problem is Trump. We talk about terrorism only to express “sadness, solidarity, and the strongest condemnation” after beheading videos come out.

But for now, back to North Korea.

Granted, Trump’s approach is wrong, but this is only one part of the equation. The second is to explain why diplomacy didn’t work for the last 60 years. The Korean problem was already there on Jan. 19, 2017, when Donald Trump was just a really rich real estate agent. In fact, for the record, the problem started when Trump was only seven years old.

The only diplomatic accomplishment was a ceasefire negotiated after the military intervention in 1950-54 after North Korea invaded South Korea.

For 60 years, diplomats did nothing while several nutcase dictators starved their own country, worked on a nuclear arsenal, and threatened the world with fake or real atomic bombs.

The only good news was a headline from another newspaper last week telling us, “North Korea’s missile failure provides brief relief.” I assume the “failure” was negotiated by diplomats. The real concern seems to be the American fleet in the Pacific.

Do we need a military intervention? The best answer to continue the traditional debate would be “yes.” This would help the oral peacemakers bring the discussion into the usual cliché between “warmongers” and “pacifists.” War against peace; how can they lose that debate?

Unfortunately, I am a peacenik, too. I am against the bombings and we must pursue a diplomatic solution.

The question now is: what’s next?

George Bush, the 41st and 43rd presidents, and the Clintons, 42nd and the almost 45th, are peaceniks too. They are now criticizing the bombing approach of Trump, but they all adopted it in the past. They bombed and invaded Iraq, Afghanistan, bombed Serbia and Libya, and were in favour of bombing Syria as well. But the warmonger is Trump.

And this takes us into Syria’s debate and the Obama Doctrine. As Jeffrey Goldberg wrote in the April 2016 issue of The Atlantic, it all started “Friday, August 30, 2013… the day the sagacious Barack Obama peered into the Middle Eastern abyss and stepped back from the consuming void …” It was at the time when Bashar Assad was already gassing children and civilians.

Obama explains in a celebrated interview why he did not send troops into Syria. His explanations, all valid, are the list of mistakes made by Trump’s predecessors, going all the way back to John F. Kennedy. Obama did not want to have another Vietnam. He did not want to have another Iraq or Afghanistan where the Americans, he said, spent over a trillion dollars with less than good results. It did not make political or military sense to send American troops into Syria. And he didn’t. Was it a good decision? We will never know because we don’t know the consequences of the alternative.

However, we now know that we have two dictators, Assad in Damascus and Kim Jong Un in Pyongyang. The first has gassed civilians and children, again, and the second keeps building nuclear weapons and threatening the world.

What should we do? Wait for Assad to gas more children? Jong Un to finish building his atomic arsenal? Vladimir Putin to become the defender of the “free world?”

In the meantime, beware of Donald Trump! Diplomacy, diplomacy, my friends.

Angelo Persichilli is a freelance journalist and a former citizenship judge for the Greater Toronto Area. He was also a director of communications to former prime minister Stephen Harper and is the former columnist for Toronto Sun, Toronto Star and former political editor of Corriere Canadese, Canada’s Italian-language newspaper in Toronto.

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Corea del Nord, 60 anni di fallimenti diplomatici

di ANGELO PERSICHILLI

The Hill Times – 24 Aprile 2017

Ora che Donald Trump ha mandato, forse, la sua flotta verso la Corea del Nord, i cosiddetti pacifisti e alcuni accademici lanciano insulti contro il “guerrafondaio” presidente americano.

Leggevo la scorsa settimana un titolo sul Globe and Mail che “Solo la diplomazia può far calare la tensione nella Penisola coreana”.

Concordo, qualcuno comunque dovrebbe spiegarci perché la diplomazia ha fatto niente nella penisola coreana per 60 anni.

Vediamo un po’ come funziona.

Quando c’è un problema, lo ignoriamo fino a quando qualcuno mette una soluzione sul tavolo. A quel punto comincia il tiro al piccione contro la soluzione e nessuno parla più del problema.

Vi ricordate del terrorismo? Certo che lo ricordiamo se non altro perché è ancora li. Una volta il dibattito era tra il “fare qualcosa” di Trump e il “fare niente” di Barak Obama.

Adesso che Obama è fuori, il problema non è più il terrorismo ma Trump. Si parla di terrorismo solo per “esprime tristezza per la strage, solidarietà alle vittime e la più forte condanna” ogni volta che tagliano la gola a qualcuno.

Ma torniamo alla Corea del Nord.

D’accordo, l’approccio di Trump è sbagliato, ma questo è solo una parte dell’equazione. La seconda è il fallimento della diplomazia negli ultimi 60 anni. Il problema Coreano c’è già prima del 20 Gennaio di quest’anno quando Trump era solo un ricco palazzinaro. Per la cronaca, il problema in Corea cominciò quando Trump aveva 7 anni.

L’unico risultato della diplomazia è stat oil raggiungimento di una tregua ottenuto dopo la Guerra di Corea 1950-54 e in 60 anni non è riuscita a trasformare in accordo di pace.

In questi 60 anni, la diplomazia che si ritiene indispensabile, ha consentito a numerosi dittatori di affamare un intero popolo Nord Coreano, ha preparato un arsenale nucleare e ora minaccia il mondo con queste sue bombe, vere o fittizie.

L’unica notizia positive è, come leggevo la scorsa settimana in un giornale, “il fallimento del lancio di un missile in Corea del Nord è fonte di un temporaneo sollievo”.  Forse il “fallimento” è stato negoziato dai diplomatici dell’Onu. La preoccupazione rimane invece la flotta americana nel Pacifico.

Abbiamo veramente bisogno di un intervento armato?

Per mantenere il dibattito su posizioni tradizionali dovrei dire si, dando così la possibilità ai cosiddetti “pacifisti” di ritornare sul formato a loro tanto caro, cioè tra pacifisti e guerrafondai. Pace contro guerra: come si può perdere un dibattito simile?!

Ma anch’io sono pacifista e dico no alla guerra e propongo una soluzione diplomatica.

La domanda è: come?

George Bush, il president numero 41 e 43, e i Clinton, il 42.mo e il quasi 45.mo, sono ora tutti pacifisti. Criticano l’approccio bombarolo di Trump, anche se lo quando erano alla Casa Bianca, un po’ di bombette le hanno sganciato un po’ ovunque. Hanno invaso e bombardato l’Iraq, l’Afganistan, bombardato la Serbia, la Libia e erano in favore del bombardamento della Siria. Ma non divaghiamo, il bombarolo è Trump.

E questo ci porta in Siria e alla Dottrina di Obama.

Jeffrey Goldberg, parlando della Obama Doctrine, scrisse nell’edizione dello scorso anno dell’Atlantic che tutto cominciò “venerdì 30 agosto del 2013…il giorno in cui sagace Barak Obama si affacciò nell’abisso mediorientale e si tirò indietro da quel vuoto ingombrante…” Non dimenticare che era il periodo in cui Assad stava già usando il gas per uccidere civili e bambini.

In una famosa intervista Obama ha poi spiegato perché aveva deciso di non mandare truppe in Siria. Le sue spiegazioni, tutte valide, erano comunque la lista degli errori fatti dai suoi predecessori, da John Kennedy a lui. Disse che voleva evitare agli americani un’altra Vietnam. Disse che non voleva un altro Iraq o Afghanistan dove gli americani avevano speso trillioni di dollari senza ottenere buoni risultati. Disse che non aveva alcun senso, militare o politico, mandare truppe in Siria. E non le mandò.

Fu una decisione giusta o sbagliata? Non lo sapremo mai in quanto non sappiamo le conseguenza dell’alternativa.

Ciò che sappiamo è che ora abbiamo due dittatori, Assad a Damascus e Kim Jong Un a Pyongyang. Il primo uccide civili e bambini con gas nervino, il secondo gioca con le armi nucleari e minaccia il mondo

Cosa si può fare? Aspettare che Assad faccia altre stragi? Dare più tempo a un pazzo di perfezionare le sue armi nucleari? Lasciare a Vladimir Putin il compito di fare il poliziotto del mondo a modo suo?

Io sono pacifista, quindi attenti a Donald Trump! Diplomazia, diplomazia amici miei.

 

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