US elections, media are the real losers

(Segue la versione italiana)

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The Hill Times photograph by Chelsea Nash

By ANGELO PERSICHILLI (The Hill Times)

TORONTO—Knowlton Nash, the late CBC anchor of the 1980s, in his book Prime Time at Ten, quoted Jody Powell, press secretary to former U.S. president Jimmy Carter, describing reporters as people “who watch the battle from afar and when it’s over come down the hills to shoot the wounded.”

Not anymore. They are now directly involved in the fight. The outcome of the American elections is only the most dramatic example of the demise of professional journalism. Journalists openly campaigned for one candidate, Hillary Clinton, and they lost. But the worst aspect of their defeat is that they lost to social media. It is an amorphous conglomerate of genuinely concerned citizens looking for other sources of information, but exposed to the manipulation of nutcases looking for publicity, homemade reporters, and plain professional liars.

Losing is part of the democratic process. But for Clinton and the conventional media, losing to someone like Donald Trump and to fake journalists is humiliating and concerning.

Symptomatic are post-election statements made by The New York Times and Facebook, with the first trying to mitigate the defeat and the second trying to justify the embarrassing victory. New York Times publisher Arthur Sulzberger Jr. felt the need to explain his newspaper’s behaviour during the campaign. He didn’t apologize (but he should have), but he felt the need to explain what they did, and vowed to “…  rededicate ourselves to the fundamental mission of Times journalism.”

They were right reporting Trump’s failings. Media didn’t properly report on the boycott perpetrated by the Democratic Party against Sen. Bernie Sanders on behalf of Clinton, her irresponsible handling of confidential emails and the following suspected coverup, her incestuous relationship with Wall Street, the failings of her foreign politics that destroyed the credibility of American diplomacy and left the Middle East in the hands of Vladimir Putin, and the list goes on.

That’s not journalism but political campaigning. That makes the American media, and some of their Canadian cheerleaders, the real losers of the presidential election, showing their increasing disconnect with the people lured in droves by the sirens of social media chaos.

Why are the once powerful media behaving so unprofessionally? Panic.

They are bamboozled by the new technology that is crushing their monopoly in communications and they see their power slipping. They criticize the proliferation of unprofessional and dangerous reporting but, at the same time, they fight back by lowering their professional standard to the same level.

In the ’70s, it took one newspaper, The Washington Post, to destroy the most powerful man in the world, Richard Nixon. Now, the entire American media failed to stop a real estate magnate from signing a four-year lease to the White House.

To their defence, newsrooms are operating on much smaller budgets now, but left-leaning journalism is also lowering objectivity.

But neither is the main cause of their demise, otherwise the NDP should have gotten their support in Canada, and Sanders should have been their darling in the United States. Journalists are only scared pawns in the hands of the confused ownership trying to save their business and influence.

Conventional media outlets are financial black holes. The panicked ownership doesn’t care about ideologies; they only defend their inflated egos and deflated pockets. Their enemy is the real or perceived change. Their darling is the status quo. They ignored the political elimination of Bernie Sanders on the left, and they concentrated their weaponry against Trump on the right only to make sure that Clinton, the worst expression of the present status quo, could win.

Media have failed at such games before, but this defeat is more serious because it took place on the biggest international stage and involved the most important media organizations in the world. This must be corrected with professional journalism retaking the central role to inform people, not herding them to vote for one candidate. If we don’t do that, we feed demagoguery and populism, a downgraded form of democracy that produces results like those in the United States.


I media, i veri sconfitti dele elezioni americane

di Angelo Persichilli

Jody Powell, addetto stampa dell’ex presidente Jimmy Carter, disse una volta che “i giornalisti si godono la battaglia dalla collina e scendono giù quando finisce per ammazzare i feriti”.

Non più. Ora scendono direttamente in campo abbandonando qualsiasi tentativo di obbiettività. Ciò che è accaduto durante la campagna elettorale americana è solo l’ultima umiliazione e l’ultima drammatica conferma del lento declino della stampa tradizionale. Una stampa che ha apertamente fatto campagna elettorale a favore di un candidato, Hillary Clinton, e che è stata sonoramente sconfitta. Ma l’aspetto peggiore di questa sconfitta è la natura dell’avversario, i social media. Si tratta di un gruppo amorfo composto in maggioranza da cittadini genuinamente delusi e in cerca di altre fonti di informazioni, ma esposti alle manipolazioni di pazzoidi senza scrupoli in cerca di gloria, pseudo-giornalisti senza né arte, né parte e a truffatori di professione.

Perdere fa parte del processo democratico, ma per Clinton e i media convenzionali, perdere rispettivamente con uno come Trump e una accozzaglia di falsi giornalisti è umiliante. Un chiaro segno che la gente è stanca e vuole un cambiamento. O per dirla con Beppe Grillo, “Un vaffanculo generale e apocalisse dell’informazione”.

Sintomi di questa triste realtà sono due prese di posizione di alcuni giorni fa, del New York Times e Facebook, col primo che cercava di mitigare i toni della sconfitta, mentre il secondo giustificava il perché di una imbarazzante vittoria.

Arthur Sulzberger Jr. e Dean Baquet, rispettivamente editore e direttore del New York Times, hanno sentito la necessità di spiegare il perché del loro comportamento così apertamente partitico. Non hanno chiesto scusa (e avrebbero dovuto) ma hanno spiegato e si sono impegnati a “…ridedicarci alla fondamentale missione tipica del giornalismo del Times”.

La loro colpa non è quella di avere riportato i difetti di Trump, ma di avere deliberatamente ignorato i problemi della concorrente, Hillary Clinton.

Hanno quasi ignorato l’ignobile boicottaggio del Partito Democratico contro la campagna di Bernie Sanders per favorire Clinton, il suo irresponsabile uso delle email e il conseguente apparente cover-up, l’incestuoso rapporto tra la Clinton e Wall Street, il fallimento della sua politica estera che ha distrutto la credibilità della diplomazia americana lasciando l’intero Medio Oriente nelle mani di Vladimir Putin. E la lista potrebbe seguire con molti altri esempi.

Questo non è giornalismo, ma pura e semplice campagna elettorale; questo fa del giornalismo americano il vero sconfitto delle ultime elezioni presidenziali. Il risultato dimostra il sempre più evidente distacco dai i cittadini e dalla loro professionalità. E questa è la vera causa delle difficoltà del giornalismo convenzionale.

Perché succede questo? Il panico.

Si sentono sopraffatti della nuova tecnologia che sta sfilando dalle loro mani il monopolio dell’informazione allargandolo ai social media e dalla fine del loro ruolo privilegiato nello gestire i rapporti tra elettori e politici. I loro profitti stanno scemando (anzi si parla di perdite) e non sanno come correre ai ripari. Criticano i social media di diffondere notizie tendenziose o false ma, per combatterle, abbassano i loro standard professionali ai livelli di quelli che loro criticano.

A volte ho pensato che questa scarsa professionalità fosse causata dai tagli nelle varie redazioni, e che la mancanza di obbiettività fosse causata da una faziosità ideologica di molti giornalisti (“Sono tutti di sinistra” si dice spesso). Tutto falso. Se i giornalisti fossero stati di sinistra avrebbero dovuto appoggiare Sanders (o in Canada i neodemocratici). Invece non è colpa dei giornalisti, ridotti al ruolo di marionette nelle mani di editori confusi dalla nuova tecnologia e terrorizzati dalla perdita di profitti e influenza.

I proprietari di una stazione televisiva o di un giornale venivano chiamati ‘tycoon’, un titolo che simbolizzava potere economico e soprattutto uno stato sociale potente e influente. Oggi i media tradizionali sono un buco nero economico e un disastro sociale. Negli anni ‘70 bastò un solo giornale, il Washington Post, per distruggere Richard Nixon, l’uomo più potente del mondo; nel 2016 tutti i più potenti media americani messi insieme non sono riusciti a bloccare un ricco agente immobiliare dal firmare un leasing di 4 anni per occupare il palazzo più prestigioso del mondo: la Casa Bianca.

E danno la colpa a un’azienda fondata da un trentenne, Facebook.

La realtà è che gli editori sono completamente nel pallone non sapendo come difendere i loro profitti e soprattutto il loro smisurato orgoglio di primi della classe. Non difendono ideologie di destra o di sinistra, ma solamente lo status quo. Per questo motivo hanno taciuto quando i vertici democratici hanno distrutto la voce della sinistra di Bernie Sanders e, dopo il suo ritiro, hanno concentrato le loro armi su Donald Trump, percepito come esponente della destra. Il tutto per favorire la vittoria di Hillary Clinton, la peggiore espressione dello status quo americano.

I media sono stati umiliati e sconfitti perché non seguono più le battaglie dall’alto di una collina per meglio capire cosa succede in campo e riportarlo ai cittadini che poi trarranno le loro conclusioni. Ora i media scendono direttamente in campo per votare al posto dei cittadini. E sono stati puniti. La loro sconfitta è molto pericolosa in quanto un giornalismo sano è alla base di una vera democrazia. Agendo in questo modo creano un vuoto riempito da falsi giornalisti e da arringa popolo che creano movimenti populistici che non sono vera democrazia, ma un suo sottoprodotto con pericolose potenzialità degenerative.

 

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