…and the Americans were laughing at us because of Rob Ford!

(Alla fine della versione inglese segue quella italiana)

by Angelo Persichilli (The Hill Times)

Losing an election is always painful; losing to Donald Trump is a humiliation. The defeat of Hillary Clinton in the U.S. presidential race was: the defeat of the American media, which was campaigning for a candidate instead of reporting news; the defeat of pollsters, who were telling their clients what they wanted to hear; and, ultimately, the rejection of the establishment, which was trying to impose the status quo while Americans were craving change.

Let’s start with Clinton. Her defeat is the rejection of an entire personal political life lived through expediency to appease borderless ambitions, the exploitation of friends, and acquaintances’ popularity to hide an otherwise manifest incompetence and ruthlessness, and the support of the establishment to feed greed and bank accounts.

But in her fall, Clinton is not alone. She also dragged down most of the media, pollsters, and the establishment. People who deserve praise and respect should have been more prudent in putting their reputations and political capital at the disposal of a person whose deficiencies they had rightly denounced in the past. I am referring to the Obamas and the Bushes.

I understand Barack and Michelle’s Democratic duties, and Bill Clinton for obvious reasons. But I have difficulties justifying the Bush family, whose support for Clinton was based on their need for personal revenge against Trump for defeating one of them during the primaries. This kind of pettiness has no place in a presidential campaign.

There were many and serious reasons for voting against Donald Trump. But by winning the White House despite his huge deficiencies, it speaks volumes about the slightness and smallness of Hillary Clinton.

While I hope that the defeat will finally help retire Clinton, whose manipulations have infected American politics for almost three decades (including the Arkansas years), I hope that this is also a lesson for media and pollsters who are meddling with politics, eliminating the borderline between facts and opinions.

The credibility of the polling industry has been crushed and I hope that pollsters stop telling their clients what they want to hear. Most importantly, I hope they start learning to use the new technology. Buying new computers to collect numbers doesn’t make anyone a pollster, just like buying a Formula One car doesn’t make someone a Formula One driver. 

For almost a year, major media organizations have radicalized the debate and demonized one of the candidates. We all know Donald Trump’s deficiencies, but media have gone well beyond the duty of reporting them. They have campaigned against him, deliberately ignoring facts and huge mistakes made by his opponent.

Instead of understanding why 50 per cent of Americans were ready to make Trump their next president despite his deficiencies, media decided that Trump was not to be elected and declined to write about the real concerns of millions of Americans about the status quo.

Rightly or wrongly, millions of Americans are concerned about terrorism, but those who were expressing these concerns were labelled anti-Muslim. Millions of Americans are concerned about immigration, but those who were expressing these concerns were labelled racists. Those concerned about the state of the economy were silenced with the accusation of being against the poor.

There is no doubt that in America, like everywhere, there are racists, Islamophobics, and uncaring people. But trying to justify the defeat of Hillary Clinton with these explanations, as media have done, it is misleading, dangerous, and, most of all, false. If media were right in describing Trump as such an evil man, it means that 50 per cent of Americans are evil, too. And  if that’s the case, America has a much bigger problem than Donald Trump.

Fortunately, even if the deficiencies in Trump’s character are huge, I believe that it is more important that media go back to their mandate which is reporting fact, not to be confused with opinion, and, most importantly, reporting fact to help people to make decisions, not making decisions on their behalf.

Americans were laughing at us when we made that mistake in the Toronto campaign against Rob Ford and ignored the concerns of voters. Reporters didn’t understand that the problem was much bigger than the late mayor and was really about the disconnect between people and their institutions. And now they have Donald Trump as president of United States.


Perdere le elezioni per la presidenza degli Stati Uniti è sempre una esperienza dolorosa; perdere però con un avversario come Donald Trump è umiliante. La sconfitta di Hillary Clinton è però anche la sconfitta della stampa americana che faceva campagna elettorale per uno dei candidati invece di fare il proprio lavoro di giornalisti; è la sconfitta dei pollsters, che ultimamente dicono ciò che i loro clienti vogliono sentire e non quello che gli elettori pensano; è la sconfitta dell’establishment, che ha cercato di imporre lo status quo, mentre la popolazione invocava cambiamenti.

Cominciamo dalla Clinton. La sconfitta è il rigetto di una intera carriera politica costruita sugli espedienti per appagare le sue ambizioni, lo sfruttamento di amicizie altolocate per coprire la sua manifesta incompetenza, e l’appoggio incondizionato dell’establishment per impinguire il suo conto in banca.

Milioni di elettori americani hanno accettato il suo assioma in base al quale si doveva votare non per il migliore ma per il male minore. Lo hanno accettato, ma con un piccolo accorgimento: il male minore era Trump.

Nella sua caduta Clinton non è sola. Ha trascinato giù con lei i media, i sondaggisti e l’intero establishment di Washington. Persone che meritano rispetto e ammirazione, avrebbero dovuto essere più accorte nel mettere a repentaglio la loro reputazione per una persona le cui deficienze erano state proprio da loro denunciate e condannate nel passato. Mi riferisco agli Obama e ai Bush. Mentre capisco comunque l’appoggio del presidente uscente per i suoi legami partitici e governativi, e capisco anche Bill Clinton per ovvie ragioni, non capisco la famiglia Bush che ha appoggiato Clinton solamente perché Trump aveva sconfitto nelle primarie uno della loro dinastia.

Ovviamente c’erano tantissime ragioni per votare contro Donald Trump, ma il fatto che sia riuscito a vincere nonostante i suoi grandissimi difetti, la dice lunga sulla caratura politica della Clinton.

Mentre spero che la sconfitta di martedì ci aiuterà a sbarazzarci definitivamente della Clinton, le cui manipolazioni hanno infettato la politica americana per circa tre decenni (inclusi gli anni dell’Arkansas), spero anche che il risultato serva da lezione ai media e ai sondaggisti che stanno interferendo nel processo politico non riportando i fatti, come è nostro dovere, ma facendo aperta campagna per uno dei candidati eliminando la differenza tra cronaca e opinioni.

Ultimamente, considerando anche la Brexit, la credibilità dell’industria dei sondaggi ha una abilità nel prevedere risultati pari a quella che abbiamo noi nello scegliere i numeri al lotto. Spero quindi che i professionisti (o qualcosa di simile) del settore smettano di dire ai loro clienti ciò che voglio sentire e non ciò che gli elettori dicono; ma soprattutto che imparino a usare la nuova tecnologia necessaria per i sondaggi. Comperare i più avanzati computer non fa di loro degli esperti di sondaggi, come comperare una macchina di Formula uno non trasforma un tassista in un pilota.

Un mio amico pollster, Michael Marzolini, parafrasando Trump, ha detto che la lezione serva a “Fare i pollster grandi di nuovo”. Sono d’accordo, ma spero anche che la lezione dia l’opportunità al giornalismo di “diventare di nuovo importante”.

Per oltre un anno le più grosse organizzazioni giornalistiche hanno radicalizzato il dibattito demonizzando uno dei candidati. Conosciamo tutti i difetti di Trump, ma la stampa è andata ben oltre al suo dovere di segnalarli alla pubblica opinione. Hanno fatto una vera e propria campagna contro di lui, ignorando deliberatamente i fatti e gli errori della sua opponente.

Invece di capire perché il 50 per cento degli americani hanno votato per Trump, nonostante i suoi evidenti difetti, i media avevano deciso che non si doveva votare per lui, evitando di capire perché milioni di americani si erano stufati dell’establishment e dello status quo.

Giustamente o ingiustamente milioni di americani sono preoccupati per il terrorismo, ma coloro che hanno espresso tale preoccupazione sono stati azzittiti accusandoli di essere contro i mussulmani. Ci sono milioni di persone preoccupati per lo stato dell’immigrazione, considerata, giustamente o no, fuori controllo. Coloro che hanno espresso preoccupazione sono stati definiti razzisti. Ci sono milioni di persone preoccupate per lo stato dell’economia, ma chi lo ha detto è stato definito senza cuore e contro i poveri.

Fuori discussione che in America, come in altri Paesi del mondo, vi siano razzisti, anti islamici e persone poco sensibili verso i problemi altrui. Ma cercare di giustificare la sconfitta di Clinton con queste argomentazioni è fuorviante, pericoloso e soprattutto falso. Infatti, se essi hanno ragione, significa che milioni di americani sono razzisti, senza cuore e anti islamici e ciò, credetemi, è un problema molto più grosso di Donald Trump.

Non credo che sia così. Credo infatti che sia necessario che i giornalisti tornino a fare il loro lavoro riportando i fatti, presentare le preoccupazioni della gente ai loro governanti e non invece demonizzare chi critica forzandoli a votare per chi vogliono loro.

I media americani hanno preso in giro i canadesi quando hanno eletto Rob Ford a sindaco di Toronto, oppure gli italiani quando hanno eletto Silvio Berlusconi alla guida del loro governo. Non avevano capito niente di ciò che veramente era successo. E ora si trovano con Donald Trump come presidente degli Stati Uniti.

 

 

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