Olimpiadi, no agli assegni in bianco

di Angelo Persichilli

Per me le Olimpiadi sono il simbolo di una gioventù pulita, fonte di ispirazione a fare meglio. La mia fanciullezza è stata segnata dalle Olimpiadi di Roma dove nacquero campioni, come Cassius Clay, Livio Berruti o l’etiope Abebe Bikila che vince la maratona correndo scalzo, campioni che hanno fatto sognare intere generazioni. Le Olimpiadi sono state delle oasi di pace con la separazione tra politica e sport, dove tutti erano accomunati non da ideologie, ma dalla voglia di partecipare. Le Olimpiadi erano riuscite a tenere fuori anche i nazisti di Hitler che dovettero ingoiare i trionfi di Jesse Owens, il velocista di colore americano che vinse quattro medaglie d’oro a Berlino. La politica si limitò a snobbare l’atleta. Ma non solo quella nazista, anche quella americana. Quando Owens fu onorato con una cerimonia al trendy Waldorf Astoria di New York, fu costretto ad entrare da una

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“Tutti abbiamo i nostri sogni. Ma per farli diventare realtà è necessaria tantissima determinazione, auto-disciplina, passione e impegno”.

entrata secondaria in quanto quelli di colore non potevano entrare dalla porta principale.

La politica cercava di inquinare, ma lo sport prevaleva. Il motto di Pierre De Coubertain aveva ancora un senso.

Oggi si vuole vincere a tutti i costi ricorrendo al doping, ostacolando economicamente gli avversari. Oggi vince chi ha più soldi, oggi comanda lo sponsor e lo sponsor non vuole perdere. Ma se l’atleta promuove telefonini e mutandine firmate, predicare lo spirito olimpico del Barone De Coubertain è come promuovere la verginità in un bordello. Se dici che è importante partecipare, non vincere, ti ridono in faccia.

La politica, lentamente, ha preso il sopravvento. Nel ’72 il terrorismo mostrò il suo volto feroce proprio a Berlino e negli anni ’80 arrivò l’ingerenza politica becera. Gli americani snobbarono le Olimpiadi di Mosca, e i sovietici snobbarono quelle americane. Tombola.

Quindi la politica fece un passo indietro e le contestazioni ideologiche si limitarono a azioni isolate di qualche estremista, come quest’anno a Rio quando l’atleta egiziano si ha rifiutato di stringere la mano all’avversario israeliano. Poca cosa. Ma la politica ha fatto un passo indietro non per ridare voce a De Coubertain, ma solo per nascondersi dietro gli intrallazzi economici trasformando le Olimpiadi in un bancomat per faccendieri, ladri, corrotti e corruttori. Una specie di terremoto organizzato ogni quattro anni.

Nel 2001 feci parte di una delegazione canadese inviata a Roma per ottenere l’appoggio delle autorità italiane per organizzare le olimpiadi del 2008 a Toronto. Un alto dirigente del Coni ci disse che la proposta di Toronto era la migliore, ma le Olimpiadi del 2008 si sarebbero tenute in Cina: “Non perdete tempo”. Insomma, l’unico atto di onestà fu quello di confermare che erano disonesti. Le ragioni di tale decisione le lascio alla creatività del lettore. Evviva la democrazia.

Tutte le olimpiadi sono terminate con bilanci passivi, con miliardi di dollari o euro pagati dal contribuente senza una spiegazione valida. E questo perché controllori e controllati sono la stessa persona. L’unica Olimpiade che terminò entro i bilanci di previsione fu quella di Los Angeles. Indovinate perché? Furono usati solo soldi dei privati, non soldi pubblici. Insomma non rubano tra di loro, ma solo quando c’è di mezzo il contribuente.

Volete le Olimpiadi? Gli organizzatori dovrebbero presentare un preventivo finanziario preciso e, se il totale sarà accettabile, lo si approva. Ma con una condizione: se gli organizzatori spendono più del preventivo e non rispettano le scadenze, dovranno pagare di tasca propria il disavanzo o/e andare in galera.

Qualcuno dirà che ciò è impossibile. Allora, a malincuore, concordo con il sindaco Raggi: niente Olimpiadi.

Basta con gli assegni in bianco, coperti con i soldi degli italiani, in mano ai soliti faccendieri e corrotti.

La corruzione non si combatte solo con gli arresti (mai abbastanza), ma anche eliminando le occasioni che inducono al peccato.

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