Italia in rovina? No, basta solo ‘resettare’

La nuova tecnologia ci ha insegnato tante cose. La più importante, a mio avviso, è il ‘reset’. In italiano è stato inventato anche il barbarismo “resettare’. Una specie di ‘Scordammoce o passato’ e ricominciamo daccapo. È un’operazione semplice, basta premere un tasto per pochi secondi e tutto ciò che sembrava complicato prima, diventa semplice e lineare dopo.

Ecco, l’Italia avrebbe bisogno di un bottone per ‘resettarla’.

Oggi tutto è complicato, dal prendere un certificato di nascita in comune, dove hai bisogno di un conoscente per ‘accelerare’ la pratica, o per costruire una nuova abitazione; stessa procedura con l’aiuto di ‘quell’amico che conosco al Genio Civile’. Limitarsi a fare domanda e ottenere ciò che spetta di diritto nemmeno a parlarne. Complicare il facile mettendoci l’inutile.

Ho avuto modo di seguire le vicende italiane da varie prospettive: professionalmente e

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All’epoca in cui ero giornalista, con l’allora capo del governo italiano, Silvio Berlusconi, e del governo canadese, Stephen Harper a Palazzo Chigi.

personalmente, dall’interno e dall’estero e ho capito chiaramente che il problema, purtroppo, non è nuovo. Ricordo quando ero ancora in Italia e il mio paesino d’origine, Castellino del Biferno, era contemporaneamente inserito in un piano di trasferimento e in un piano di consolidamento antisismico. E così non si poteva consolidare perché c’era la legge per il trasferimento di origini mussoliniane, ma sempre valida, e non si poteva trasferire perché c’era la legge per il consolidamento antisismico. Allora si ricostruivano case, come richiedeva la legge, con i criteri antisismici, ma in una zona illegale. Tutto legalmente illegale. Tutto una formalità. Infatti nel terremoto di qualche anno fa Castellino fu uno dei paesi che subì più danni, almeno sulla carta, e ora si ricostruisce. Ovviamente con criteri

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Nella sede del TG2 a Saxa Rubra con mia figlia

antisismici.

 

Per non parlare poi delle frane che bloccavano le due vie di accesso al paese con tanto di segnaletica stradale che, per decenni, indicavano il divieto di accesso. Feci presente ai carabinieri che ogni giorno gli abitanti di Castellino infrangevano la legge. La risposta? “Non si preoccupi, è solo una formalità”.

Ecco, la legge era una formalità allora, come lo è adesso. È una formalità il divieto di sosta, il dovere di pagare le tasse, la legge anti-corruzione. Solo una formalità. Lessi qualche tempo fa di una rivolta di cittadini contro i vigili urbani di Torino, se ricordo bene, i quali, incredibile ma vero, si erano permessi di fare le multe alle auto in divieto di sosta. Che arroganza! Uno dei dimostranti disse: “Ma stiamo scherzando, così si uccide l’economia. I negozianti della zona sono già in crisi, se poi non possiamo nemmeno

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Il meraviglioso Stelvio

 

parcheggiare, per loro è finita.”

 

Oppure il certificato di morte del comune di Milano che, per essere valido, doveva essere firmato dal defunto.

Per non parlare delle ‘nticchie di realtà napoletane sfiziosamente riportate da Luciano De Crescenzo. Un automobilista protestava col vigile che non lo lasciava transitare su una strada dove c’era un palazzo pericolante. Ma allora – disse – perché l’altro automobilista l’avete fatto passare? Il vigile, imperterrito: “Ma che centra, quello ci abita”.

La formalità innanzitutto, la formalità sfida le frane a Castellino, i palazzi pericolanti a Napoli, protegge l’economia a Torino e sfida anche la legge della natura a Milano. Ieri come oggi e, purtroppo, anche domani.

Che fare? Si chiedeva Lenin.

‘Resettare’ amici miei.

Queste ‘formalità’ si sono così stratificate nel tempo nella mentalità di molte persone, che il senso di normalità varia a seconda della città, della persona e dei giorni della settimana. Tutti dicono tutto e il contrario di tutto. Si criticano i pedoni se si è automobilisti, criticano gli automobilisti appena si parcheggia la macchina e si diventa perdoni. Le opposizioni criticano il governo ma le stesse persone criticano le opposizioni quando al governo.

Resettare amici miei.

Resettare si, facile a dirsi, ma chi premerà il tasto? Come si fa? Chi ha il coraggio di farlo? Ma soprattutto, chi ha l’autorità morale per farlo?

Ho visto qualche giorno fa una divertente e graffiante satira contro i massimi dirigenti del Movimento Cinque Stelle definite “mezze pippe”. (http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2016/09/10/vincenzo-de-luca-attacca-m5s-mezze-pippe-ve-possano-uccidere-tutti_1596f049-a389-4002-a1f6-19ca8e4f7aee.html). C’erano delle opinioni forti personali, ma anche verità che potevano essere condivise. Ma il problema non era la predica, il problema era il pulpito. La morale veniva dal presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, al quale gli accusati hanno subito rimandato al mittente tutte le accuse.

D’altra parte fa ridere ascoltare le lamentele dei grillini e dello stesso Grillo il quale critica la violenza mediatica contro il suo movimento. Come se i testi delle sue campagne fossero state scritte in un convento dei Francescani Scalzi.

Il problema è proprio questo, non c’è coerenza. È come se in Italia si stesse giocando una partita di hockey, con giocatori di calcio che cambiano maglietta ogni cinque minuti, con le porte sostituite dai canestri che si muovono su rotelle e gli arbitri designati dalla federazione del rugby.

È dura. Miri a un bersaglio e te ne trovi di fronte un altro e, contemporaneamente, diventi anche tu bersaglio.

Resettare, amici, resettare.

Ma come?

Una soluzione ci sarebbe, ma è troppo facile per essere vera.

Andare alle urne, e rispettarne il verdetto. Lasciare governare chi vince per quattro anni e non cercare di fare i furbetti mettendo al governo persone che non sono state elette.

Qualcuno dirà: ma sei pazzo, lasciare il governo in mano a una persona per quattro anni significherebbe portare l’Italia alla rovina.

Ma, almeno stando a ciò che leggo, l’Italia non è già alla rovina? Se non lo è, ma allora, scusatemi la volgarità che non scrivo, ma di che…vi lamentate?”

Sento spesso critiche contro la stampa e politici esteri che attaccano l’Italia. Certo, dà fastidio, ma se osserviamo attentamente, si limitano a riportare ciò che scrivono i giornali italiani, ciò che dicono i politici italiani.

Un’ultima osservazione sul significato di una parola semplice ma molto importante. Lasciare governare chi è stato liberamente eletto per quattro anni, non è un atto di incoscienza e nemmeno un atto di coraggio. Si chiama democrazia.

Infatti, il concetto di democrazia illustrato nella sua “Democrazia in America” da Alexis Toqueville e implementato da Thomas Jefferson nella sua “Dichiarazione d’Indipendenza’, altro non è che il risettaggio della pubblica amministrazione ogni quattro anni.

Sono Toqueville e Jefferson i veri ‘inventori’ del termine ‘reset’ non Bill Gates e la Microsoft.

Non va tutto bene in Italia, ma non si è nemmeno a un punto di non ritorno. Negli altri Paesi non sono tutte rose e viole. L’Italia è un grande Paese e gli italiani un grande popolo. Occorre però resettare.

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