Rai e direttori qua qua

ANGELO PERSICHILLI

Se non fosse una questione molto seria, la polemica sulle nomine dei direttori dei vari TG RAI potrebbe essere anche divertente. Si critica il governo perché avrebbe nominato direttori…vicini al governo. Ma va?! Mai successo!

Si assumono i giornalisti in base a criteri politici, si dividono le cariche giornalistiche a seconda delle affiliazioni politiche, si assumono solo giornalisti di parte e si chiede loro di essere di parte e poi ci si incazza se…sono di parte?

Circa 25 anni fa scrivevo che il giornalismo italiano era come una grossa banda di paese con alcuni solisti prestati dall’orchestra di Santa Cecilia. Nella prima metà del secolo scorso la libertà di stampa fu violentata della dittatura fascista; nella seconda parte, con l’avvento della democrazia, le cose non sono cambiate, i giornalisti hanno continuato a fare la stessa cosa ma solamente ci hanno messo il prezzo.

Certo, sono ora in molti, adesso come allora, a dire che i vari regimi, dittatoriali o meno, impedivano di riportare la verità. Ma, come diceva il grande Indro Montanelli, non obbligavano nemmeno a scrivere le bugie. Contrariamente all’epoca fascista, in democrazia si poteva scrivere di tutto ed il contrario di tutto, ma ciò non significa che c’era libertà di stampa per i giornalisti. In verità erano gli editori ad avere la libertà di pubblicare testate per difendere i propri interessi non i giornalisti di fare liberamente il proprio mestiere. Di esempi ce ne sono tantissimi, a cominciare dall’Ente di Stato, la RAI, il cui asservimento al proprio referente politico è stato uno degli esempi di giornalismo più becero. Ognuno parlava a nome del suo sponsor politico. Ma, come scrisse Enzo Biagi nel suo ultimo libro, “Il pluralismo non è la somma algebrica di diverse parzialità e il redattore dei telegiornali non deve considerarsi un ciclista che indossa, quando lavora, la maglia del partito cui affida, quasi sempre, la sua carriera.” Insomma, penne al vento.

Con tangentopoli il giornalismo italiano ha avuto la possibilità di liberarsi dal controllo politico e ricominciare daccapo. Invece hanno atteso che i politici si riorganizzassero e si sono di nuovo buttati dentro al carrozzone per occupare poltrone e stipendi osceni, non certo per fare giornalismo. La realtà non è che la politica soggioga il giornalismo, è il giornalismo che si vende al migliore offerente.

Ricordo tempo fa quando intervistai un esponente del governo post-Berlusconiano (era presidente del Senato), e criticò, giustamente, l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in quanto “era riuscito a controllare tutte e sei le maggiori reti televisive nazionali uccidendo la libertà di stampa.”

Gli chiesi cosa fosse cambiato: “Molto, infatti ora ne controlla solo tre e si ristabilisce un equilibrio informatico”.

Capito come funziona? Criticava Berlusconi perché controllava sei reti, ora che ne controllavano tre ciascuno si ristabiliva la “libertà di stampa”. Sarebbe come criticare una prostituta non perché fa la prostituta ma perché ha il magnaccia sbagliato. Ma per i giornalisti-prostitute, cosa cambia?

Ma torniamo alla polemica sui direttori della RAI. Si criticano i giornalisti che sono di parte. Ma se si va alla fiera per comperare un pennuto palmipede, con le zampe gialle, col becco lungo e che cammina come una papera, perché lamentarsi se poi fa qua qua?

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